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Trento, 11 febbraio 2026
Alexander Langer, costruttore di ponti e facitore di pace
di fronte alla guerra in Bosnia

Intervento di Marco Boato
al Convegno su Alexander Langer tenutosi all'Università di Roma Tre

La vita di Alexander Langer è stata di una grande ricchezza di esperienze e di una intensità straordinaria, anche se purtroppo si è conclusa volontariamente il 3 luglio 1995, quando lui aveva appena 49 anni, essendo nato il 22 febbraio 1946 a Sterzing/Vipiteno (Bolzano). Avendolo conosciuto, con uno stretto rapporto di amicizia e di collaborazione, nell’arco di alcuni decenni (eravamo quasi coetanei), dopo la sua morte ho dedicato molte energie per far conoscere la sua figura e valorizzare la sua eredità di pensiero e di azione.

A dieci anni da quel tragico 1995 ho pubblicato a mia cura – e con una mia ampia introduzione, che cercava di individuare i segnali premonitori presenti nei suoi ultimi anni, ma che purtroppo a nessuno avevano fatto intuire la sua possibile scelta estrema – un libro che raccoglieva molte decine di commoventi testimonianze sulla sua personalità e sulla sua morte: Le parole del commiato, Edizioni Verdi del Trentino, Trento, 2005.

A venti anni dalla sua morte, ho cercato di ricostruire la sua personalità, la sua biografia politica e culturale, il suo pensiero e le sue innumerevoli iniziative nel mio libro Alexander Langer. Costruttore di ponti, La Scuola-Morcelliana, Brescia, 2015 (poi più volte riedito nella nuova collana “Scholé”). Nel decennio successivo, ho pubblicato molti articoli e testimonianze su di lui in varie testate giornalistiche.

A trent’anni dalla sua morte, insieme a David Tozzo, ho curato il libro Alexander Langer. Dalla terra alla luna, Mimesis, Milano, 2026, che pubblica gli atti di un Convegno su di lui, tenutosi a Roma, al Senato, il 6 giugno 2025, e per il quale ho rielaborato un ampio saggio storico-biografico dal titolo “Alexander Langer, costruttore di ponti, testimone e profeta del nostro tempo”, che era stato originariamente edito nel quarto volume della collana Cento anni di sinistra, La Repubblica-L’Espresso, Roma, 2021, a cura di Bruno Manfellotto.

Sempre nell’occasione del trentennale della morte, ho partecipato a Forlì ad un Convegno promosso dalla importante rivista (a cui Langer era stato molto legato) Una città, nella quale, nel n. 314, ottobre-novembre 2025, è stata pubblicata la trascrizione del mio intervento, sotto il titolo “L’Europa muore o rinasce a Kyiv”, che richiama intenzionalmente l’ultimo testo di Langer del 1995, intitolato “L’Europa muore o rinasce a Sarajevo”.

In questa sede, posso solo rievocare a grandi linee ed in modo assolutamente sintetico la biografia di Langer. Il padre era un medico ebreo di origine austriaca (che si era salvato dalla persecuzione nazi-fascista, prima nascosto da amici italiani a Firenze e poi in Svizzera), la madre una sudtirolese cattolica di professione farmacista. Per sua scelta, frequentò prima la scuola media e poi il Liceo francescano di Bolzano: e l’impronta “francescana” gli rimase impressa per tutta la vita (dopo il Liceo, avrebbe voluto farsi frate francescano lui stesso, ma il padre lo dissuase).

Nel 1964 si trasferì a studiare giurisprudenza a Firenze, dove si laureò nel luglio 1968 con relatore il costituzionalista Paolo Barile e con una tesi sul primo Statuto di Autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol. A Firenze conobbe padre Ernesto Balducci (con la rivista Testimonianze, a cui collaborò), Giorgio La Pira (suo professore di diritto romano e sua figura di riferimento come sindaco e promotore dell’ecumenismo tra i popoli), padre David Maria Turoldo, Mario Gozzini (per il dialogo tra cristiani e marxisti), Enzo Enriquez Agnoletti (della rivista “azionista” Il Ponte, fondata da Piero Calamandrei, a cui pure collaborò), don Lorenzo Milani (che conobbe personalmente a Barbiana), Nicola Pistelli (con la rivista Politica), e molti altri. Visse sia l’esperienza del “dissenso cattolico” e della “contestazione ecclesiale”, dopo la fine del Concilio Vaticano II, sia quella del nascente Movimento studentesco del 1968, di cui poi fu protagonista nel suo ritorno a Bolzano, con gli studenti delle scuole medie superiori. Nel luglio 1972 si laureò anche in Sociologia a Trento.

Fin da giovanissimo si era impegnato sul tema della “convivenza inter-etnica”, che poi ha coltivato per tutta la vita, fino alla conclusiva (nel 1994) elaborazione del suo testo più noto, il Tentativo di decalogo sulla convivenza inter-etnica. L’altro suo tema ricorrente, quello della “conversione ecologica”, venne da lui elaborato successivamente, nella fase dell’ecologismo politico nascente, a cui si dedicò negli anni ’80 e ’90 del Novecento. In precedenza, negli anni ’70, aveva fatto parte del movimento “Lotta continua”, prima con una esperienza di impegno politico in Germania con gli immigrati, poi con la sua presenza a Roma, anche come insegnante nel XXIII Liceo scientifico (poi denominato Pitagora ed ora Darwin). Era una Roma attraversata dai conflitti ed anche dagli scontri che culminarono nel Movimento del ’77, dei quali è testimonianza particolare quanto avvenne in Piazza Indipendenza il 2 febbraio 1977, quando ci fu uno scontro armato tra alcuni manifestanti e la polizia. In quella drammatica circostanza, Langer si chinò a soccorrere un poliziotto sanguinante a terra, gravemente ferito, per il quale chiedeva soccorso e che poi, pur con gravi conseguenze fisiche, riuscì ad essere salvato dai medici (e che vive tuttora).

Ho ricordato questo episodio, per dimostrare anche retrospettivamente che Langer, in tutta la sua vita, anche quando faceva parte di un movimento “rivoluzionario” come Lotta continua, era sempre stato un uomo pacifico (prima che “pacifista”) e nonviolento. E dai primi anni ’80, in coincidenza col suo dichiarato impegno ecologista (per il quale aveva “costruito ponti” con i nascenti Grünen della Germania Federale e dell’Austria), Langer abbracciò apertamente la teoria e la pratica del Movimento nonviolento, di ispirazione gandhiana, nato in Italia a Perugia con Aldo Capitini (morto nel 1968) e proseguito a Verona con la rivista Azione nonviolenta, diretta da Mao Valpiana, a cui Langer da allora ha collaborato assiduamente.

Da allora ecologismo e pacifismo si sono sempre strettamente intrecciati nelle elaborazioni culturali e nell’impegno politico di Langer. Nel 1989 scrisse un articolo non a caso intitolato “La causa della pace non può essere separata da quella dell’ecologia”. Tuttavia, anche se nei suoi scritti e discorsi ricorrono di tanto in tanto anche i termini “pacifismo” e “pacifista”, Langer preferiva le espressioni “costruttore di pace”, “operatore di pace”, “facitore di pace”, perché la pace non andava ideologicamente proclamata, ma concretamente costruita, possibilmente operando per prevenire ed evitare i conflitti armati. Dal cardinale Carlo Maria Martini aveva preso a prestito la critica al “pacifismo urlato”, mentre cercava appunto di costruire esperienze di pace non di carattere ideologico, ma basate sulla nonviolenza, sul dialogo e sulla convivenza.

Come tutti sanno, dopo la sua morte sono stati pubblicati, dal 1995 ad oggi, molti libri sulla figura di Langer e molte raccolte antologiche sui suoi principali scritti. La più importante antologia è quella curata da Edi Rabini (suo antico collaboratore a Bolzano e promotore della omonima Fondazione) e da Adriano Sofri, intitolata Alexander Langer. Il viaggiatore leggero, Sellerio, Palermo, 1996 (ma poi più volte riedita, anche con una successiva introduzione di Goffredo Fofi).

Tuttavia, talora erroneamente si scrive e si dice che Langer non ha mai pubblicato, mentre era in vita, un suo libro. In realtà, questo non è vero. Nel 1992 (quando era per la prima volta parlamentare europeo, carica a cui fu poi rieletto nel 1994, e quando era co-presidente del Gruppo dei Verdi europei) Langer pubblicò un suo volume, di quasi 450 pagine, intitolato in forma bilingue Vie di pace/Frieden schließen. Chiese a me sia di scriverne la prefazione in italiano, sia di pubblicarlo a Trento con le “Edizioni Arcobaleno” dei Verdi trentini, a cui era molto legato. Il sottotitolo recitava: “Nuovi movimenti e vecchi conflitti: tra autodeterminazione e cooperazione, federalismo e nazionalismo, convivenza e razzismo” (e analogamente anche in tedesco).

In questo suo libro, Langer ha pubblicato molti suoi testi sulla pace (non il “pacifismo”) e il disarmo, scritti all’inizio degli anni ’90, quando la vicenda della ex-Jugoslavia non era ancora totalmente esplosa, e tanto meno la tragedia successiva della Bosnia. Le citazioni potrebbero essere innumerevoli, ma, per ovvie ragioni di sintesi, mi limito solo a qualche riferimento. Datata a Strasburgo, luglio 1990, e preparata per “Il Parlamento verde d’Europa”, questa dichiarazione (scritta da Langer, il quale in nota specifica che “il testo poi approvato vi si basa largamente”) indica già tra gli impegni del dispositivo (dopo ampie premesse) l’attuazione di un “corpo civile di pace europeo”, tema cruciale su cui lui stesso continuerà ad impegnarsi per tutti gli anni successivi (e che resta tuttora non realizzato e quindi continua ad avere comunque una grande attualità, ancor più di allora): “propone che da subito gli Stati si accordino per l’istituzione di un ‘corpo di pace europeo’ (multinazionale), nel quale i giovani di tutti i paesi e di ambo i sessi possano svolgere un servizio di volontariato civile, sociale ed ecologico”.

Altro tema richiamato è quello del diritto all’obiezione di coscienza: “esige che in tutti gli Stati europei e nei futuri ordinamenti comuni europei si riconosca comunque, finché vi saranno delle forze armate, l’inviolabile ed imperscrittibile diritto di chiunque di rifiutare ogni forma di servizio militare”. Un altro punto che stava molto a cuore a Langer riguardava il sostegno all’autodeterminazione, senza violenza: “invita tutti i popoli, i gruppi etnici, le comunità religiose, le minoranze etno-linguistiche, religiose o nazionali discriminate, a perseguire i loro obiettivi di auto-affermazione senza ricorso alla violenza”.

Infine (ma sia le premesse, sia gli impegni sono molto più numerosi) ecco il richiamo esplicito e programmatico alla nonviolenza: “indica nella cultura di pace e nell’educazione alla pace, alla democrazia, alla nonviolenza ed alla ricerca di soluzioni non-violente dei conflitti una strada importante per superare l’attuale concetto e pratica di difesa militare e per sviluppare alternative pacifiche alle tentazioni nazionaliste riemergenti”.

Molti altri testi, articoli e dichiarazioni contenuti nel libro Vie di pace/Frieden schließen (sia in italiano che in tedesco) riprendono e rilanciano di volta in volta questi temi e obiettivi, tenendo presente che il volume arriva a documentare l’attività di Langer solo fino all’inizio del 1992. Ma proprio all’inizio degli anni ’90, con la dissoluzione della ex-Jugoslavia e con il continuo esplodere dei nazionalismi etnici in quei territori, comincia l’impegno di Langer (non da solo, naturalmente) per cercare di disinnescare i conflitti con i metodi e le iniziative della nonviolenza, più che del “pacifismo ideologico”.

Nel 1991 promuove la “Carovana europea della pace” in Jugoslavia (ormai sempre più “ex”). Nel 1992 sostiene, soprattutto nel Veneto con Lucia Zanarella, il “Comitato di sostegno alle forze e iniziative di pace nella ex-Jugoslavia”. Ancora nel 1992, ma con una dimensione nazionale e internazionale, dà vita al “Verona Forum per la pace e la riconciliazione nella ex-Jugoslavia”, in collaborazione con Mao Valpiana e con la parlamentare verde austriaca, della minoranza di origine croata, Marijana Grandits. Tutte importanti iniziative di carattere pacifico e nonviolento, che hanno avuto molta importanza nel sostenere e promuovere le attività di aiuto e di comunicazione reciproca tra gruppi e persone, che ormai erano di fatto separate dai nazionalismi etnici esplosi e contrapposti, ma che non hanno purtroppo avuto alcuna efficacia nel disinnescare o ridurre i conflitti, sempre più sanguinosi.

Questa sostanziale impotenza di tutte queste iniziative improntate alla nonviolenza induce già a metà del 1993 Langer a riflettere sulla necessità dell’uso anche della forza militare per far cessare i conflitti armati. Questa convinzione, in lui gradualmente maturata, gli creò molte difficoltà e incomprensioni con il “pacifismo ideologico” o con il “pacifismo urlato”, difficoltà che purtroppo si accentuarono nella fase finale della sua vita e che contribuirono poi alla sua affermazione finale: “I pesi mi sono divenuti insopportabili, non ce la faccio più”.

Riportata nel volume antologico Alexander Langer. Il viaggiatore leggero, e datata 6 luglio 1993, c’è la trascrizione di un’ampia intervista radiofonica, che segna una svolta radicale nel pensiero di Langer riguardo in particolare alla guerra in Bosnia e all’assedio di Sarajevo (che poi sarebbe continuato per quasi quattro anni). Ne riporto alcuni brani più significativi: “Ecco perché occorre una credibile autorità internazionale che sappia minacciare ed anche impiegare – accanto agli strumenti assai più importanti della diplomazia, della mediazione, della conciliazione democratica, dell’incoraggiamento civile, dell’integrazione economica, dell’informazione veritiera – la forza militare, esattamente come avviene con la polizia sul piano interno degli Stati”.

E ancora, in modo più esplicito: “È dunque altamente tempo di allargare il mandato, la consistenza e l’armamento delle forze dell’ONU nella ex-Jugoslavia, includendovi l’ordine – per ora – di far arrivare effettivamente gli aiuti umanitari ai loro destinatari, anche aprendosi la strada con le armi; di far cessare gli assedi alle città, anche bombardando postazioni di armamenti pesanti o tagliando vie di rifornimento di armi e di materiali agli assedianti; di impedire bombardamenti aerei, facendo rispettare il divieto di sorvolo; di garantire zone di sicurezza e di rifugio, e di chiudere campi di detenzione e di tortura.” Così Langer concludeva: “Se si continuasse ad escludere, per le più svariate ragioni, il ricorso alla forza internazionale, si continuerebbe a lasciare libero il campo ai più forti e meglio armati, con il rischio di sterminare i gruppi più deboli”.

Dopo due anni da queste amare riflessioni, e dopo la strage di Tuzla del maggio 1995, con il drammatico monito del sindaco Selim Beslagic a non essere complici delle stragi “fasciste” (che erano in realtà le stragi attuate dai comunisti serbi), Alexander Langer si convinse finalmente ad andare, insieme ad un gruppo di euro-deputati da lui guidati, al vertice europeo di Cannes il 26 giugno 1995. Mi aveva chiesto un parere al riguardo pochi giorni prima, e io gli avevo risposto che si trattava di una giusta iniziativa, “gandhiana”. Lì chiese dunque al neo-presidente francese Chirac di attuare in Bosnia “un intervento di polizia internazionale”. La risposta fu sprezzante e negativa. Langer ne rimase sconvolto. Una settimana dopo, il 3 luglio concluse volontariamente la sua vita. L’11-12 luglio ci fu il genocidio di Srebrenica, con 8.400 bosniaci trucidati dai serbi di Mladic. Solo nel settembre successivo ci fu finalmente l’intervento militare che pose fine alla guerra, con i successivi accordi di Dayton. Langer aveva visto giusto e previsto tutto, ma ormai purtroppo era morto. “Continuate in ciò che era giusto” scrisse a tutti noi che siamo rimasti.

 

  Marco Boato

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